Avviso importante: a questo link potete trovare un elenco fotografico di dipinti sottratti impropriamente all'artista.

Artista tarantino del segno

Artista tarantino di appena quarant’anni, Michele Petrelli è poliedrico perchè si esprime attraverso diverse tecniche: da quelle più antiche e eterne con l’acquerello o il disegno a matita e l’olio su tela, a quelle moderne, come la grapic novel o la pittura digitale. Nell’incipit del suo sito la parte in inglese colpisce maggiormente la mia attenzione: “All’inizio c’è stata la parola. La parola genera il segno. I segni generano le linee. Le linee generano le forme: viviamo nello strato della forma.”
L’espressione artistica di Petrelli vuole quindi di dipanare la matassa dei segni che ogni giorno ci sembra di leggere facilmente, che in realtà comprendiamo a fatica e che per questo ci fa barcollare in un limbo dai contorni sfumati, aleatori. “Ci sono movimenti elementari alla base di tutto”, ci dice l’artista “che ci dovrebbero riportare al nocciolo di ogni cosa”. Le creature di Petrelli emergono -sole- da uno sfondo neutro, atemporale ma il segno che traccia i loro volti è marcato, teatrale, efficace. La sua arte regala a chi lo osserva un complesso amalgama di sensazioni: alcune cavernose, in contrasto secco con i colori che sceglie, ambigue ed enigmatiche e per questo catalizzanti, altre più miti, malinconiche, introspettive, che si afferrano maggiormente nei ritratti di donna (la serie “Susanne”, “Sincerity” o il bellisimo ritratto “My mother”). Un uomo calvo, ad esempio, che ritorna spesso fra i soggetti delle sue tele e che a volte è il suo autoritratto, altre volte è suo padre (“My Father”), altre un “gigante buono” che pare venuto fuori dal circo immaginario di Stephen King o da “Arancia Meccanica” di Kubrick e che spesso ci mostra sorrisi ambigui; forse sorrisi d’imbarazzo o di derisione di se stesso, certamente sorrisi che esprimono inadeguatezza, impotenza, solitudine. Lo stesso personaggio viene ripetutamente rappresentato insieme a diversi simboli della leggerezza (che ritroviamo anche nei ritratti di ballerine e di acrobati), un’aspirazione alla spontaneità: un aquilone, una mongolfiera, un palloncino tenuto goffamente fra le mani richiamo dell’infanzia, delle farfalle che volano sulla testa, un papillon troppo piccolo legato al collo, degli uccelli colorati in volo. Un impasto di emozioni quindi che sono il DNA dell’uomo contemporaneo. Petrelli disegna anche graphic novel e in un assaggio di una di queste (“Kiu”) nel suo tumblr, il suo mondo si palesa accompagnato questa volta dalle parole, ancora più chiaramente: “nessuno si interessa a te quando sei insignificante”. Ancora parole che in un altro caso descrivono un’opera: la storia normale di un impiegato postale e del suo banale mal di testa. L’artista dipinge anche alcune vedute acquerellate della sua Taranto, della città vecchia, del ponte girevole, del lungomare immergendo il pennello sulla una tavolozza di colori solari ed intensi. Nelle sue ultime produzioni non c’è molto spazio per il colore: la serie Order ricorda un preludio di atmosfere gigeriane dove tubature di metallo nero si contorcono su stesse (Order 0013), in alcuni casi diventando quasi filamenti il cui segno pian piano si affievolisce sino a sparire nel colore, come una aspirazione alla lievità, all’incorporeo (Order 0010).
Il 13 e 14 dicembre Petrelli è stato presente con una mostra personale- “Segni” – al Palazzo Co-working Ulmo nella nostra città vecchia. Dal 20 dicembre invece , e a seguire per un mese, le sue opere saranno esposte nella mostra personale “Anime & Cemento” presso l’ ass. culturale Cactus hub.
Silvia Naccarati
tratto da Progetto Alchimie